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   Parlavo vivo a un popolo di morti. Morto, alloro rifiuto e chiedo oblio.
   

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venerdì, 02 ottobre 2009
 

Lavorare con lentezza, morire molto in fretta



Il prossimo che mi dice quanto sono nevrotico, frettoloso, sempre di corse e nervoso, lo mordo al collo. E non con fare conturbante (quello è mordicchiare) e nemmeno con fare voluttuosamente mortale (tipo vampiro). Proprio gli strappo la trachea. Perché le persone che ti riprendono in tal senso di solito sono causa e non soluzione alla tua frettolosa nevrosi. Sono quelle persone che usano termini come “take it easy” (e già per questo meritano il supplizio), “prendi la vita come viene”, “suvvia che fretta c’è”, “dai, su, che ti viene l’infarto”.

 

È senza dubbio bella una vita rilassata con i tempi scanditi dalla natura, ma ciò non significa che tu, figlio di meretrice accoppiatasi con bradipo, debba per forza rallentare la mia di esistenza.

 

Es_1: il parcheggio.

Senza dubbio parcheggiare a Trieste è un problema. Ma anche nel centro di Trieste, anche nel centro che più centro non si può, ciò non è mai questione di vita o di morte. Le auto girano e rigirano, e non ho mai visto nessuno, con la cravatta legata attorno alla fronte tipo “il Cacciatore” lanciarsi a tutta velocità con l’auto dal molo urlando “l’adriatico è un parcheggio gratuito”.

Tanto meno mi è mai capitato la mattina, uscendo di casa, di vedere donne di mezza età, in vestaglia e pantofole, con in mano una tazzina di caffè, che bussano al vetro di un auto in seconda fila. E dentro l’auto c’è un sacco a pelo. E dentro il sacco a pelo il marito della donna.

No, non capita, un posto lo si trova.

Per cui non occorre che appena vedi una persona uscire di casa, ti fermi a osservare se per caso sta vagamente cercando nella borsa qualcosa che possa assomigliare a un mazzo di chiavi e a scrutare se nei suoi occhi c’è il desiderio di chi vuole prendere l’auto per andare Dio solo sa dove. E poi la segui, a passo d’uomo, creando una fila da esodo pasquale, finché non si avvicina  a un’auto e ne apre la portiera. A quel punto ti fermi, metti le luci di posizione, azioni tutte le frecce di cui la tua merdona auto dispone, affinché lampeggino all’unisono, inserisci una INUTILISSIMA retromarcia, suoni il claxon, fai dei gesti, lanci dei coriandoli e alzi a tutto volume “Taji Mahal” dalla tua autoradio.

Perché nel frattempo, per il tuo merdoso parcheggio c’è alle tue spalle un serpente di auto. E in ogni auto un uomo che sbatte la testa sul cruscotto e si chiede se andranno mai via i segni dei denti che ha appena lasciato sul volante.

 

Es_2: la spesa.

Fare la spesa, per molte persone a cui la vita ha riservato pernacchie, è un momento fondamentale. Persone che hanno la giornata talmente vuota che dilatano ogni gesto quotidiano nel tentativo di dargli un’importanza capitale (“ecco, piano, attenta, è un momento delicato, attenta a non prendere la pasta di Kamut… più a destra, ecco si, quella che è in offerta… evvai, presa! Ora tentiamo con lo stracchino…”).

Per quanto mi sforzi di non dar loro attenzione, prima o poi si arriva in cassa, e lì bisogna confrontarsi con questo essere. E allora si che sbuffo e sale il nerbo.

Perché tu, dannata mantenuta dall’inps, devi impiegare un’ora a dialogare con un cassiere (ventenne, ex teppistello del liceo, precedenti di tossicodipendenza)?

Nel frattempo alle tue spalle s’è formata  una coda che fra i suoi membri conta anche persone che, magari, devono tornare al lavoro (dopo ti spiego che cosa vuol dire). E magari hanno una fretta della Madonna. E magari fuori dal supermercato non hanno ad aspettarli una Delorean con flusso canalizzatore.

Io non dico che tu debba accelerare i tuoi movimenti fluidi e pensati per me, che sto mordendo il salame intero per guadagnare tempo. Però ad esempio usare il cervello (anche questo te lo spiego dopo) aiuterebbe tutta la società.

Stare con le mani in mano mentre Terry lo sfattone gode dei “bip” che fanno i tuoi risotti liofilizzati sulla cassa, non ha senso. Potresti nel frattempo imbustarli. Ma no, tu devi commentare il problema dell’immigrazione. Una volta che Terry il fattone ti consegna il conto, potresti pagare. Ma no, a quel punto è il momento di imbustare, grandissima troia, lasciando il povero Terry, suo malgrado, con le mani in mano, causando in lui il nascere di una grande voglia di metadone.

A quel punto, quando hai fatto i tuoi porci comodi e alle tue spalle la fila è divenuta tale che l’ultimo praticamente è in un altro supermercato, estrai il borsellino. Ho detto “il” borsellino? Scusa, che sciocco. “i borsellini”. Perché il primo ha le banconote grosse (pezzi da 100 che io manco li ho mai visto e tu ti lamenti della tua pensione milionaria?!?!), il secondo le banconote medie (5 e 10), il terzo le monete, il quarto i bronzi (i centesimi, la tua più grande passione da quando, nel 1923, sei entrata in menopausa).

E infine, quando ormai credo di avercela fatta, l’uscita che mi fa dubitare dell’uso che dovrei fare delle lamette da barba appena acquistate. Guardi il display della cassa, mediti, rinfoderi la banconota da 50 che già avevi in mano ed esclami compiaciuta:

“Quant’è? 49 euro e 99 centesimi? Allora aspetti che glieli do giusti!”

 

P.S.: non cacate la minchia con i refusi, sono di strafretta e molto nervoso, non lo rileggo. Lo correggerò domani.