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   Parlavo vivo a un popolo di morti. Morto, alloro rifiuto e chiedo oblio.
   

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lunedì, 19 ottobre 2009
 

Si faccia una domanda cattiva e si dia una risposta.
«Quale bestemmia tirerebbe se fosse un cassintegrato oggi? “PD”». (Daniele Luttazzi)

www.unita.it/news/culture/89964/il_regno_birbonico_finito_ma_non_il_berlusconismo


Azuz
 

mille modi di usare una card

Sono vagamente di fretta.

Devo passare da SheDevil e poi partire in auto alla volta di Zion.
Sono in un ritardo non da poco e devo prelevare al bancomat. Operazione che trovo noiosa, ma semplice e veloce. Che di rado causa intoppi. (Ricordo solo una volta che in Campo Marzio sopraggiunse la polizia con le pistole in mano urlando come pazzi, ed ebbero come risposta un commesso giovane che, con gli occhi al cielo e le braccia allargate esclamò: “lo vogliamo aggiustare questo cazzo di allarme che è la terza volta che succedeee!” Mentre io cercavo di dissimulare imbarazzo esclamando “ma no, mannaggia, mi si è sciolta la barretta di cioccolato che tenevo nella tasca posteriore dei pantaloni”.)

 

Arrivo Quindi al bancomat di Cavana. Sono il terzo della mini-coda. Al primo posto, malauguratamente, una coppia di scarti umani. Nella fattispecie due scarti di motociclismo.

Lui & Lei. Entrambi in evidente soprappeso ma senza sembrare flaccidi. Molto vicini ai 50, ma tentando disperatamente di sembrare giovani ontheroader bukowskiani.

Al braccio hanno due caschi (ho capito, siete due motociclisti).

E hanno un paio di Jeans sgualciti, talmente aderenti che darebbero noia a Pistorius.

Entrambi con ai piedi degli stivali. Nel settembre più caldo che l’effetto serra abbia mai conosciuto. (Ho capito, siete due motociclisti vagamente cowntry).

Lui ha un gillet in pelle con le frange che danzano al vento. (Ho capito, siete due motociclisti vagamente cowntry, tendenzialmente western)

Lui ha i guantini in pelle torchiati (ok, ok. Siete due motocicilisti cwntry, western e senza alcuna sensibilità termica).

 

Una coppia appassionata di Guinness dei primati. Evidentemente lui, dopo aver rotto con fronte 174 tavolette del wc in 2 minuti, su pressione della signora ha deciso di affrontare il record del prelievo più lento del nord-est.

E mi rivolgo a te, inutile truzzo obeso a due ruote.

Vista la raffinata aura intellettuale che sprigioni dal vivaio di mitili che si è generato sotto le tue ascelle, posso immaginare che alla soglia dei cinquant’anni quello sia il primo bancomat della tua vita. E ti vedo mentre te lo passi da una mano all’altra, con fare circospetto. Lo ausculti, lo annusi, con le labbra all’infuori. Guardi la tua donna agrottando le sopracciglia, alzi le spalle e le dici “Uh”. Come solo Bingo Bongo farebbe.

Io capisco che, fino ai 49 anni hai sempre che il bancomat fosse quell’utensile per lavorare la cocaina sulla tavoletta del cesso di un cowntrybar, o per aprire la porta di entrata di case che vorresti fossero tue.

Davvero, non è colpa tua. Ma perché adesso, che la tua vita è un’altalena tra un bar e un meccanico devi decidere di affacciarti alla modernità intellettuale?

 

Mentre mi rivolgo telepaticamente al mio interlocutore, mi accorgo che i due, da circa una trentina di secondi (che sembra niente, ma in coda al bancomat sono eterni) stanno pacatamente dialogando, gesticolando. Lui si gratta la guancia ruvida. Lei si passa una mano tra i capelli stopposi. Esprimono dubbi e indicano lo schermo del bancomat.

 

Non ce la faccio più. Incuriosito sbircio.



mercoledì, 07 ottobre 2009
 

Ultima cena omeopatetica



L’omeopatia è ciarlataneria.
 
È ormai assodato dalla comunità scientifica in generale e dalla mia comunità scientifica in particolare (dott Super & dott Pipetta).
Diluire il principio attivo di un farmaco dovrebbe, secondo i ciarlatani, essere più efficace. Secondo questo principio uno spritz al Campari dovrebbe sbronzarmi di più di un Negroni.
 
È un po’ come se io la mattina per compensare un mal di testa spezzassi un’aspirina e ne prendessi mezza. Poi, chiaramente, se il mal di testa non mi passa, ne prendo un’altra mezza. E poi ancora mezza e ancora. Alla fine ho preso due aspirine “classiche” o quattro “aspirine omeopatiche”?
 
Si va incontro a quell’effetto cosiddetto “del Gesù Cristo dal braccio corto”.
Alla cena Gesù spezzò il pane e lo condivise con i suoi discepoli dicendo “questo è il mio corpo…”.
Nella sua idea questo pane-corpo miracoloso doveva illuminarli nello spirito.
Ma essendo dei fricchettoni poveracci, Gesù divise una sola pagnotta (il suo corpo) fra tutti e dodici. Per cui l’effetto illuminante di quel cannibalismo travestito da transustanziazione fu mitigato, annacquato… per l’appunto omeopatico.
 
Il risultato che dopo cena uno (Giuda) lo tradì, uno (Pietro) lo rinnegò, uno (Giovanni) s’inchiappettò la sua fidanzata. Le nefandezze degli altri nove nei confronti del Cristo furono insabbiate dalla lobby delle Particole, affinché la comunione restasse pratica diffusa nonostante i pessimi precedenti.


domenica, 04 ottobre 2009
 

I cani somigliano ai loro padroni



Ultimamente mi dicono che sto tornando come un tempo: snob, misogino, arrogante, intollerante… insomma, che sto tornando in salute.

E infatti ad ogni passo che compio nel mio habitat incontro una categoria insopportabile.


L’ultima l’altro giorno nella mia consueta passeggiata per Cittavecchia. Anche il mio antagonista era nel suo habitat naturale, che purtroppo s’interseca col mio: piazza Hortis. È infatti uno di quei personaggi che uso chiamare “Punkabbestia borderline”.

È un essere appartenente a quella categoria più ampia delle migliaia di “Wannabe” che popolano le città.

Il soggetto non ha l’ardire (si badi bene, “ardire”, non intelligenza, che nella fattispecie è un elemento mai entrato nella sua dimensione) di sposare la causa dei Punkabbestia (che ho già avuto occasione di catalogare come “scarti umani” e ribadisco) ma esprime il suo disagio intellettuale (nella fattispecie il disagio di non avere un intelletto) nella sua passione per dei quadrupedi canini che hanno avuto due sfortune nella loro vita animale: essere scherzati dalla natura nelle fattezze ed essere scherzati dalla vita nell’essere accoppiati ad un padrone caratteriale.

 

Questi individui hanno una filosofia tutta loro nella gestione del rapporto padrone-cane-restodelmondonormodotato che mi si è palesato in quest’occasione.

 

Cammino per piazza Hortis e mi si fa incontro il vitello-cane-diavolodellatasmania del cerebroleso.

Io, come al solito privo di ogni paura, ipocondria o timore reverenziale reagisco nell’unico modo che conosco e che mi viene spontaneo: mi paralizzo nella postura che ho in quell’istante, che è la postura di chi sta compiendo un semplice passo della gamba.

Resto alcuni secondi in quella posizione (scomoda), congelato come fossi stato colpito dal raggio di Mr. Freez (venendo tra l’altro fotografato da vari turisti che mi scambiano per la statua di Svevo) mentre il Gargoile mi si avvicina con l’espressione di chi vuole solamente delimitare il territorio… del suo intestino con il mio polpaccio.

 

A quel punto il padrone cerebroleso ostenta sicurezza: “tranquillo, non ti fa niente!”.

 

Ora, dico io, posso anche capire che tu, che ti sei diplomato a ragioneria con una tesina sul BMW serie3, abbia bisogno, per compensare la tua scarsa autostima, di possedere un Rotvailer incrociato con un Iveco. Capisco meno il fatto che tu e i tuoi simili crediate che un cane, anche quando è talmente massiccio da richiedere la patente C solo per tenerlo in garage, debba scorrazzare senza guinzaglio. Il mio bastardino (frutto di una dinastia di 7 incroci ibridi e almeno due scontri accidentali, con i denti della consistenza della caramelle Haribo, che ti fa le feste e scodinzola anche mentre un pastore calabrese gli violenta la madre) quando vedeva il guinzaglio saltava di gioia e non ha mai avuto la necessità di chiamare né la Gabbanelli né tantomeno Amnesty International.

 

Ma soprattutto mi chiedo, cosa ti fa pensare che io, che considero il tuo cane uno strumento buono oggi per l’Afghanistan e domani per la Siria o l’Iran, possa considerare le tue rassicurazioni credibili, come se venissero da un normodotato.

E poi, cosa mi rappresenta la reprise “vuole solo annusarti” ?!?!

Ma no, fai pure, annusami pure, caro killer dei bipedi. Adesso vado a casa del tuo padrone, infilo un dito nel sedere a sua moglie e, se ti chiede, tu digli “tranquillo, vuole solo prenderle la temperatura”.

Mi sento considerato quanto uno di quegli alberi di piazza Hortis, che se potessero lamentarsi del cane in avvicinamento si sentirebbero rispondere dal Kirkegaarde dei miei coglioni “tranquillo, oh Pioppo, ti vuole solo orinare sulle radici”.

 

In effetti la differenza tra me e il Pioppo è che lui è piantato lì a vita e io me ne potrei andare, fottendomene bellamente delle necessità olfattive di quell’incudine a quattro zampe. Il fatto è che, nel dubbio, preferisco restare ancora un po’ là, fermo, piuttosto che trovarmi fra qualche tempo a gareggiare contro Pistorius sui 400 metri piani, raccontandogli, tra una batteria e l’altra, che no, non è vero che i cani ti annusano tanto per annusare. Vogliono effettivamente solo sapere se la merenda è buona o è troppo speziata.

 

E mentre ero lì impietrito in quella posizione di chi sta facendo un passo e si blocca a mezz’aria, ho avuto come l’impressione che la statua di Svevo girasse la testa verso di me e mi chiedesse “Hey! Pssst! Se n’è andato il Pitt Bull che mi annusava la caviglia?”


venerdì, 02 ottobre 2009
 

Lavorare con lentezza, morire molto in fretta



Il prossimo che mi dice quanto sono nevrotico, frettoloso, sempre di corse e nervoso, lo mordo al collo. E non con fare conturbante (quello è mordicchiare) e nemmeno con fare voluttuosamente mortale (tipo vampiro). Proprio gli strappo la trachea. Perché le persone che ti riprendono in tal senso di solito sono causa e non soluzione alla tua frettolosa nevrosi. Sono quelle persone che usano termini come “take it easy” (e già per questo meritano il supplizio), “prendi la vita come viene”, “suvvia che fretta c’è”, “dai, su, che ti viene l’infarto”.

 

È senza dubbio bella una vita rilassata con i tempi scanditi dalla natura, ma ciò non significa che tu, figlio di meretrice accoppiatasi con bradipo, debba per forza rallentare la mia di esistenza.

 

Es_1: il parcheggio.

Senza dubbio parcheggiare a Trieste è un problema. Ma anche nel centro di Trieste, anche nel centro che più centro non si può, ciò non è mai questione di vita o di morte. Le auto girano e rigirano, e non ho mai visto nessuno, con la cravatta legata attorno alla fronte tipo “il Cacciatore” lanciarsi a tutta velocità con l’auto dal molo urlando “l’adriatico è un parcheggio gratuito”.

Tanto meno mi è mai capitato la mattina, uscendo di casa, di vedere donne di mezza età, in vestaglia e pantofole, con in mano una tazzina di caffè, che bussano al vetro di un auto in seconda fila. E dentro l’auto c’è un sacco a pelo. E dentro il sacco a pelo il marito della donna.

No, non capita, un posto lo si trova.

Per cui non occorre che appena vedi una persona uscire di casa, ti fermi a osservare se per caso sta vagamente cercando nella borsa qualcosa che possa assomigliare a un mazzo di chiavi e a scrutare se nei suoi occhi c’è il desiderio di chi vuole prendere l’auto per andare Dio solo sa dove. E poi la segui, a passo d’uomo, creando una fila da esodo pasquale, finché non si avvicina  a un’auto e ne apre la portiera. A quel punto ti fermi, metti le luci di posizione, azioni tutte le frecce di cui la tua merdona auto dispone, affinché lampeggino all’unisono, inserisci una INUTILISSIMA retromarcia, suoni il claxon, fai dei gesti, lanci dei coriandoli e alzi a tutto volume “Taji Mahal” dalla tua autoradio.

Perché nel frattempo, per il tuo merdoso parcheggio c’è alle tue spalle un serpente di auto. E in ogni auto un uomo che sbatte la testa sul cruscotto e si chiede se andranno mai via i segni dei denti che ha appena lasciato sul volante.

 

Es_2: la spesa.

Fare la spesa, per molte persone a cui la vita ha riservato pernacchie, è un momento fondamentale. Persone che hanno la giornata talmente vuota che dilatano ogni gesto quotidiano nel tentativo di dargli un’importanza capitale (“ecco, piano, attenta, è un momento delicato, attenta a non prendere la pasta di Kamut… più a destra, ecco si, quella che è in offerta… evvai, presa! Ora tentiamo con lo stracchino…”).

Per quanto mi sforzi di non dar loro attenzione, prima o poi si arriva in cassa, e lì bisogna confrontarsi con questo essere. E allora si che sbuffo e sale il nerbo.

Perché tu, dannata mantenuta dall’inps, devi impiegare un’ora a dialogare con un cassiere (ventenne, ex teppistello del liceo, precedenti di tossicodipendenza)?

Nel frattempo alle tue spalle s’è formata  una coda che fra i suoi membri conta anche persone che, magari, devono tornare al lavoro (dopo ti spiego che cosa vuol dire). E magari hanno una fretta della Madonna. E magari fuori dal supermercato non hanno ad aspettarli una Delorean con flusso canalizzatore.

Io non dico che tu debba accelerare i tuoi movimenti fluidi e pensati per me, che sto mordendo il salame intero per guadagnare tempo. Però ad esempio usare il cervello (anche questo te lo spiego dopo) aiuterebbe tutta la società.

Stare con le mani in mano mentre Terry lo sfattone gode dei “bip” che fanno i tuoi risotti liofilizzati sulla cassa, non ha senso. Potresti nel frattempo imbustarli. Ma no, tu devi commentare il problema dell’immigrazione. Una volta che Terry il fattone ti consegna il conto, potresti pagare. Ma no, a quel punto è il momento di imbustare, grandissima troia, lasciando il povero Terry, suo malgrado, con le mani in mano, causando in lui il nascere di una grande voglia di metadone.

A quel punto, quando hai fatto i tuoi porci comodi e alle tue spalle la fila è divenuta tale che l’ultimo praticamente è in un altro supermercato, estrai il borsellino. Ho detto “il” borsellino? Scusa, che sciocco. “i borsellini”. Perché il primo ha le banconote grosse (pezzi da 100 che io manco li ho mai visto e tu ti lamenti della tua pensione milionaria?!?!), il secondo le banconote medie (5 e 10), il terzo le monete, il quarto i bronzi (i centesimi, la tua più grande passione da quando, nel 1923, sei entrata in menopausa).

E infine, quando ormai credo di avercela fatta, l’uscita che mi fa dubitare dell’uso che dovrei fare delle lamette da barba appena acquistate. Guardi il display della cassa, mediti, rinfoderi la banconota da 50 che già avevi in mano ed esclami compiaciuta:

“Quant’è? 49 euro e 99 centesimi? Allora aspetti che glieli do giusti!”

 

P.S.: non cacate la minchia con i refusi, sono di strafretta e molto nervoso, non lo rileggo. Lo correggerò domani.