
Andare in vacanza richiede di affrontare, notoriamente, un problema eterno: la defecatio.
Per chi come me ha fatto del suo organismo il secchio della raccolta dei rifiuti indifferenziati, il problema si rivela ancor più sensibile. Mitigato solo in minima parte dall’esperienza maturata nel quotidiano duello con il proprio sfintere.
Eccomi ordunque in vacanza.
Una giornata alla guida in auto (pranzo: panini) una notte insonne in nave (cena: non pervenuta) una colazione imperniata sulla totale assenza di fibre e infine l’arrivo alla prima località di villeggiatura (sì! “villeggiatura”!).
Primi due giorni: niente da segnalare. Ma fin qui è normale e i ricordi degli antichi fasti sul trono di casa sono ancora freschi, tali da compensare l’aridità dei primi giorni.
Il terzo giorno, trasferimento in entroterra: forse l’allontanamento dall’aria di mare (che libera i polmoni, ma solo quelli) aiuterà. Ergo, terzo giorno: nulla in vista.
E qui inizia la preoccupazione. Perché anche se nessuno passa dalla porta, qualcuno sta bussando. Insistentemente e con veemenza. Come se sull’uscio ci fosse un gigante abbronzato, parecchio incazzato ma sordo. E per quanto gli si dica “AVANTI!” lui non sente. Ma continua a bussare.
Chiaramente dopo 3 giorni di stanze dotate del trono di ceramica, tocca un passaggio in camping (sì!, “camping”!). E qui qualcosa inizia a muoversi. Perché l’energumeno (che per convenzione chiameremo Bruno) pare abbia smesso di bussare e abbia iniziato a forzare la maniglia. La giornata, tra spiagge, auto e bar con dei servizi che sono al servizio del male batterico, non lascia grandi possibilità se non quella di forzare gli addominali sperando che il gigante Bruno non si stufi e decida di passare dalla finestra.
All’arrivo serale in campeggio ormai si è talmente allenati da potersi anche prendere il tempo di organizzarsi con tutti i crismi: si monta la tenda, si sistema la borsa, si prende un’Amazzonia di carta, le sigarette e via! In un cesso di Trainspottinghiana memoria.
Vabbè, c'è tutto il tempo di applicare ogni accortezza igienica, trovare una posizione comoda che permetta di: a) fumare, b) leggere, c) tenere con la mano la porta chiusa visto che la serratura per il direttore del campeggio ha solo la funzione di sbirciare dentro i wc, quindi, perché mettere un chiavistello quando basta un buco?!
Chiaramente tre giorni di alcool, alimenti di fortuna e peregrinare per luoghi ignoti non passano senza lasciare un segno. Per cui son certo che, con tutti gli sforzi della mia esile muscolatura addominale qualcosa uscirà. Ma non so se saranno gli occhi, una vertebra, l’addome o (vivaddio) il gigante Bruno.
Mentre realizzo uno dei miei più grandi successi fisiologici/atletici rifletto sulla stupidità del corpo umano che nonostante millenni di evoluzione riesce ancora ad avere laggiù “una pista ciclabile adibita al passaggio dei camion”.
Il glorioso successo è firmato da un sorriso ebete che mi si stampa in volto inconsciamente e che cancello immediatamente appena torno in me.
E rifletto su quanto alla fine quest’esperienza escrementizia sia come gli affetti, il lavoro. La vita in generale. Una serie di sofferenze e poi di sforzi. Per ottenere una soddisfazione. Che dura un lampo. E poi resti con uno stronzo nel water e briciole di malinconia.
Ma che vogliamo fare? Stare li a respirarle?
